Seguo lo sport da parecchio. Arrivato a quarant’anni di età (e ringrazio tutti coloro che avranno pensato anche per un solo istante “Urka, lo facevo più giovane…”) mi guardo indietro e rifletto su tutti i valori che esso ha saputo sin qui trasmettermi. Non tanto come protagonista sul campo (a parte qualche avventura amatoriale come portiere di calcio a sette e di mini-giocatore di basket…), quanto di un semplice spettatore/cronista che ha una grande fortuna: fare ciò che ama di più, raccontare le gesta degli altri. Piccoli e grandi che siano. 

“Ci si può drogare di cose buone. Una di queste è certamente lo sport” disse un campione come Alex Zanardi qualche tempo fa. Negli anni da reporter ho avuto modo di conoscere tante realtà coese, poche mi hanno colpito come il Venjulia. Una vera famiglia a tutto tondo, capace di esaltarsi nella gioia e nelle difficoltà. Quella che si sta per concludere è stata un’annata difficile, con pochi risultati positivi sul campo e una retrocessione in serie C arrivata dopo aver conquistato la cadetteria dopo 44 anni. Ma la delusione lascia presto spazio all’orgoglio, proprio quello che non ha mai abbandonato il sodalizio alabardato.

C’è un post su Facebook di Maurizio Pribaz, componente dello staff tecnico dei “Cani Sciolti”, che qualche giorno fa ha attirato la mia attenzione. Quella giocata ieri all’Ervatti è stata l’ultima gara di campionato casalinga del Venjulia, un ambito in cui la “famiglia” si è riunita per applaudire i propri beniamini. Quello che, come recita il post, “è il momento di tornare a sostenere con tutto il cuore e stare vicini ad un gruppo che tra problemi, infortuni e disagi, in questi ultimi 12 mesi comunque non ha mai abbandonato la lotta, seguendo quello che ormai è il nostro credo e la nostra caratteristica principale. MAI MOLAR!”. Basta questo per identificare la passione di questo movimento, che ha tanto da insegnare a tante altre realtà sportive del passato che si sono sciolte alla prima difficoltà.

(da City Sport di lunedì 6 maggio 2019)

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