Pietro Mennea ci ha lasciati. Davvero troppo, troppo presto: è difficile immaginare che un atleta portentoso, un campione assoluto, un personaggio che ha legato la propria immagine all’atletica italiana e al nostro paese in maniera indissoluta, possa aver “gettato il testimone” a soli 61 anni.

La sua lotta contro un male incurabile è stata invana: tanto più semplice riuscire a fare prestazioni fantastiche in pista, molto più “banale” riuscire a scalfire un record mondiale nei 200 metri resistito per 17 anni di fila. Il destino, beffardo, non gli ha permesso di vivere una seconda parte di esistenza senza gli scarpini chiodati, magari lontano dai riflettori ma sempre collegato a un mito indiscusso che vivrà a lungo, nei cuori degli sportivi e di un’intero paese che ne ha seguito le gesta anche solo per una sorta di piccolo orgoglio, quello di essere rappresentati da uno “qualunque” che, prima di diventare un’icona, sfidava le macchine veloci sui 50 metri…battendole.

A tanti rimarrà la sua immagine di gioia per quel 19’72” di Città del Messico, ottenuto il 12 settembre 1979: ci volle Michael Johnson, quasi un ventennio più tardi, a sgretolare quel record del mondo. Ma non ci fu sconforto per quell’impresa “cancellata”, perchè di cancellato non ci sarà assolutamente nulla nelle gesta di un campione del genere: Pietro Mennea era già nell’Olimpo dell’atletica, ben prima di lasciarci, e continuerà a correre velocemente, come un vero primatista del mondo. Per sempre.

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